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La Città

IL CULTO DEI TRE FRATELLI – FESTA DI S.ALFIO
 
Nel 250 l'imperatore romano Decio proclamò un editto che obbligava tutti ad effettuare un sacrificio alle divinità romane, chiunque si fosse rifiutato sarebbe stato perseguitato ed ucciso.
A quel tempo, i tre fratelli, Alfio Filadelfo Cirino, nati a Vaste, in provincia di Lecce, figli di Vitale e Benedetta (famiglia patrizia), seguendo l'esempio dei genitori (la madre, Benedetta, si consegnò spontaneamente all'autorità imperiale a cui manifestò apertamente la propria fede sottoponendosi praticamente al martirio), professavano la fede cristiana con costanza e fermezza in base agli insegnamenti ricevuti dai loro genitori. Il prefetto Nigellione, giunto a Vaste per verificare di persona la presenza di cristiani nella città, interroga i tre giovani nella convinzione di poterli convertire, mettendo quindi a dura prova la loro fede ma, riscontrata la loro ferma convinzione, decide di mandarli a Roma, dove verranno sottoposti ai primi supplizi e poi mandati a Pozzuoli, presso il prefetto Diomede che, a sua volta, invia i tre fratelli in Sicilia, a Taormina, presso Tertullo. Qui saranno interrogati e tormentati e poi mandati a Lentini, sede ordinaria del prefetto, con l'ordine che i tre compiano il viaggio portando sulle spalle una grossa trave. In questo lungo viaggio, tra i vari luoghi che attraversano vi è Trecastagni, dove si fermano a riposare (ecco perché nella loro effigie vengono raffigurati seduti) e numerosi i prodigi che compiono al loro passaggio così come numerose furono le conversioni: si convertirono addirittura i soldati di scorta nonché il loro capo Mercurio, che Tertullo condannerà a morte.
Giunti a Lentini al cospetto di Tertullo verranno sottoposti ad ogni genere di supplizio, ma le loro ferite saranno tutte le volte guarite dall'Apostolo Andrea che appare ai tre fratelli durante la loro prigionia. Queste prodigiose guarigioni accaniscono ancor di più il crudele Tertullo che li condanna al martirio finale: Alfio condannato allo strappo della lingua, Filadelfo condannato ad essere posto su una graticola rovente e Cirino, il più piccolo dei fratelli, immerso in una caldaia di olio bollente. Il loro martirio si compì il 10 maggio del 253 a Lentini.
Nonostante il loro martirio sia avvenuto a Lentini, è in questo luogo, Trecastagni, che hanno chiaramente manifestato la loro potenza di intercessori presso Dio, operando numerosi miracoli e prodigi sin dal loro passaggio ed i trecastagnesi, seppur fra il timore delle persecuzioni posero un'icona a ricordo del loro passaggio sotto i secolari castagni dove si fermarono a riposare.
Il 25 gennaio del 1697, il vescovo Andrea Riggio, proclamava Alfio Filadelfo Cirino Patroni della Terra di Trecastagni.
La festa in loro onore, risale a tempi antichissimi, le prime tracce sono riferibili al XVI secolo all'aprile del 1593 quando fu innalzata la chiesa a loro dedicata, anche se già nei libri liturgici greci, del periodo della dominazione bizantina in Sicilia, il 10 maggio era dedicato al culto dei tre fratelli. Da allora la festa si svolge grosso modo sempre nello stesso modo, con il ripetersi di rituali immutati ed immutabili che iniziano il 1° maggio con lo sparo di 21 colpi di cannone a salve sparate dal forte Mulino a Vento, per poi concludersi il 17 dello stesso mese, ma già dalle  prime luci dell'alba  è possibile incontrare, lungo le strade, i pellegrini che, spesso scalzi, fanno in preghiera il “viaggio” a Sant’Alfio.
Lungo le vie cittadine, illuminato a festa dalle colorate luminarie, viene allestito un caratteristico e variopinto mercato ricco, istituito con decreto del Vicerè il 10 aprile del 1635, di dolciumi, primizie di frutta fresca, olive, aglio venduto a mazzi o a trecce, tamburelli, giochi, luna park e molto altro ancora.
Gli eventi più caratteristici ed emotivamente più coinvolgenti di questa festa, sono quelli che si vivono nei giorni 8, 9 e 10 maggio, quando per le vie cittadine girano a festa i cerei votivi (pesanti candelore portate a spalla da giovani fedeli), quando sfilano le reliquie dei Santi Fratelli, quando si tiene l’entrata delle musiche (l’entrata dei cantanti), certamente uno dei momenti più gioiosi della festa, durante la quale vari gruppi bandistici inondano di musica le vie cittadine illuminate a festa e quando, all'alba dell'otto, si tiene la fiera degli animali.
Il momento indubbiamente più struggente, che annualmente si ripete in una cornice senza tempo, è certamente quello che si consuma nella notte fra il 9 e il 10 maggio quando numerosi “nudi”, fedeli scalzi e vestiti solo di pantaloncini bianchi e di una fascia rossa sul petto, sotto il peso di pesanti ceri portati a spalla dai loro luoghi di provenienza (molti di loro arrivano anche da città lontane) giungono al Santuario gridando la loro fede ed acclamando i tre Fratelli,  per la grazia ricevuta o per chiederne una.
Molti dei fedeli che hanno ricevuto una grazia, in segno di perenne riconoscenza, portano un ex voto, dei quadri in stile naïf, in cui viene raffigurata la grazia ricevuta. 
La tradizione dei “nudi” sembrerebbe essere legata alla devozione che i marinai avevano per S. Nicola di Bari, gente che, scampata al naufragio, senza neppure cambiarsi d’abito e così come si trovava, andava di corsa a rendere lode a S. Nicola, per ringraziarlo dello scampato pericolo, portando un cero come segno di devozione.
L’omaggio quindi dedicato dapprima a San Nicola, il cui culto è antichissimo a Trecastagni, è facilmente passato a S. Alfio ed ai suoi Fratelli. 
Il 10 mattina, nel Santuario gremito di fedeli, alle 9 in punto si tiene la “svelata” dei Santi, altro rituale immutabile ed emozionante che, accompagnato dalle invocazioni dei fedeli segna l’inizio vero e proprio della festa, il momento in cui i Santi Fratelli finalmente si mostrano alla folla devota che in lacrime, dopo un anno, può rivedere i suoi amati Santi Martiri.
Il simulacro dei Santi esce dalla chiesa alle 13 in punto ed il loro fercolo- che risale alla metà del '700- viene portato in processione alla Chiesa Madre e nel pomeriggio per le vie cittadine, per poi fare rientro al Santuario solo in piena notte.
Tutta la processione è accompagnata dai fuochi pirotecnici (tradizione di cui abbiamo traccia già nel lontano 1699 negli archivi del Santuario e per cui si spendevano ingenti somme), che salutano il passaggio dei Santi e dalle “annancate” (particolari movenze a ritmo di musica) delle candelore, mentre le bancarelle variopinte, ricche di dolciumi vari, di aglio fresco venduto a mazzi ed a trecce per la dispensa di tutto l’anno (ma anche per esorcizzare le demoniache presenze), fanno da corona alla festa religiosa .
La tradizione delle candelore, che rappresentano un grosso cero simbolico, è certamente legata all'offerta della cera, e nelle spese sostenute nella festa del 1700 vi sono quelle per i portatori di cera.
Uno dei momenti più attesi dalle migliaia di visitatori è senza dubbio la “Sagra del Carretto Siciliano” , che si tiene sempre il 10 maggio, in cui sfilano numerosi carretti, con i tipici e tradizionali paramenti,  per le vie cittadine, spettacolo ormai unico nel suo genere perché è rimasto l'unico evento in cui si esibiscono.
 L’undici Maggio è la giornata della devozione cittadina, un prolungamento della festa,   ma soprattutto un momento di intima confidenza tra il popolo Trecastagnese e i suoi Santi compatroni.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Bibliografia:
  • Tres Castaneae di Alfio Barbagallo – A cura di Patrizia Barbagallo e Alfio Cristaudo – Regione Siciliana Assessorato dei Beni Culturali, Ambientali e della Pubblica Istruzione, Dipartimento dei Beni Culturali, Ambientali ed educazione Permanente e dell'Architettura e dell'Arte Contemporanea.
  • Trecastagni e i martiri Alfio, Filadelfo e Cirino – Memorie storiche di Zappalà Nicolosi Vito






FESTA DI SAN NICOLA
 
La festa di S. Nicola a Trecastagni risale agli inizi del XV secolo, quando l’attuale chiesa Madre venne costruita a seguito dell’abbattimento della vecchia chiesa Madre, dedicata alla Madonna della Misericordia.  Detta affermazione trova conferma nel contenuto della bolla del 31 Marzo 1446 di Papa Eugenio IV, con cui il Pontefice elevava a dignità di Collegiata la chiesa di S. Maria dell’Elemosina di Catania, aggregando ad essa varie chiese della Diocesi, tra le quali la chiesa di “S. Niccolò” di Trecastagni.
Ma anche le giuliane del ‘600, conservate presso l’archivio parrocchiale, in cui sono annotate le spese per la festa di S. Nicola (“Spisi per rotula 14 di pulviri per la festa di San Nicola e per la luminaria” (1616)) confermano quanto detto.
Gli storici Mons. Giovanni Lanzafame e Vito Zappalà Nicolosi sostengono che i nudi, che oggi rendono omaggio ai SS. MM. Alfio, Filadelfo e Cirino, altro non erano che i marinai scampati alle tempeste, che, con abiti succinti o di lavoro, venivano a ringraziare il loro Santo protettore, portando in dono dei grossi ceri.
Nel 1825 la chiesa venne dedicata al culto di S. Nicola, ed in quella occasione, il Santo, fu eletto “totius communis patroni”, cioè “patrono di tutto il comune”, come attestato dalla lapide conservata presso la Chiesa Madre.
Dopo la realizzazione del quadro per la cappella del Santo non si hanno più notizie di festeggiamenti in onore di S. Nicola, per lunghi anni quindi, il 6 dicembre (giorno dedicato al Santo) veniva solennizzato soltanto con una cerimonia liturgica.
Nel 1987, in occasione del IX° centenario della traslazione delle Reliquie del Santo da Myra a Bari, un gruppo di giovani devoti, chiesero all’allora Arciprete Mons. Paolo La Rosa, di poter ricordare l’evento con una breve processione con il simulacro e la Reliquia di S. Nicola.
Da allora la festa in onore di S. Nicola è cresciuta e si  arricchisce ogni anno di nuove di iniziative.
 
 
 
 
 
 
 
Tratto dal sito ufficiale dell’Arcipretura Chiesa Madre S. Nicola
 
 
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